Inurbano

CON GLI OCCHI PIENI DI STELLE

foto di Maurizio Paolozzi – testo di Igor Pulcini, Architetto

Da Proxima Centauri è molto difficile vedere la terra, ma i Centauriani intuivano che nel sistema solare ci sarebbero potuti essere pianeti adatti allo sviluppo della vita. Perciò, avendo scoperto il modo di curvare lo spazio a loro piacimento e dunque di intraprendere viaggi interstellari senza problemi, decisero di posizionare una stazione spaziale in uno dei punti di Lagrange del sistema sole terra. Notarono subito un piccolo pianeta azzurro, per la maggior parte ricoperto da un fluido formato da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno e valutarono che quel fluido, che per convenzione chiamarono acqua, potesse in qualche modo essere una base interessante per lo sviluppo di organismi viventi a base di carbonio. Dunque puntarono decisamente i loro potentissimi telescanner verso il puntino azzurro, che per convenzione chiamarono terra, e si resero immediatamente conto che quel pianeta custodiva cose molto interessanti. Per prima cosa furono attratti da alcune strane configurazioni di forme diverse che ricoprivano le parti asciutte del pianeta, per convenzione le chiamarono città. In un primo momento pensarono che queste città fossero la forma di vita dominante sul pianeta. In effetti sembravano proprio  “organismi”, e avevano comportamenti molto particolari. Durante la notte terrestre infatti, emanavano una strana luminescenza che differiva sensibilmente per colore forma e intensità a seconda della loro collocazione sul pianeta. I Centauriani pensarono ad una forma di richiamo sessuale e decisero che le città si riproducevano solo di notte.  Questa teoria delle città viventi non era comunque del tutto soddisfacente, perciò i Centauriani decisero senz’altro di armare una navetta spaziale e scendere sulla terra per vederci chiaro. Durante la rotta di avvicinamento cominciarono a scorgere più dettagliatamente che le città si configuravano in modi nettamente diversi a seconda delle caratteristiche superficiali del pianeta. Alcune sembravano disegnate dai corsi d’acqua che le attraversavano: non potevano ancora sapere che quelle città erano Roma, Firenze, Parigi. Altre invece, di solito più piccole, erano scolpite dalle corrugazioni della superficie che per convenzione chiamarono montagne. Altre ancora, molto più grandi, si sviluppavano su vaste pianure secondo assi fra loro ortogonali e simmetrici: non potevano ancora sapere che quelle città erano Los Angeles, New York, Buenos Aires. Dunque ben presto fu chiaro che quelle conformazioni non erano di per sé forme di vita ma erano state edificate da forme di vita. Fu così che per la prima volta, quando furono abbastanza vicini alla terra,  videro chiaramente e per la prima volta una forma di vita molto indaffarata, dal portamento eretto, che brulicava veloce nelle città, le percorreva con strane macchine a combustione su percorsi a volte dritti, a volte tortuosi. Per convenzione chiamarono quella forma di vita uomo, e si apprestarono ad atterrare.

Dunque facciamo atterrare questo equipaggio alieno e proviamo a immaginare cosa sarebbero in grado di capire. Se atterrassero nel centro di una delle nostre città storiche probabilmente sarebbero in grado di sapere in quale città si trovano. Basterebbe avessero memorizzato l’andamento ad anse del Tevere, o quello meno sinuoso dell’Arno, per capire che si trovano a Roma o a Firenze. Se fossero in possesso di dati orografici anche approssimativi, potrebbero intuire di trovarsi a Napoli, o a Siena. Se poi avessero nozioni anche minime di storia dell’architettura e di storia tout court, potrebbero, incrociando queste informazioni con quelle precedenti, collocarsi con precisione quasi assoluta, arrivando perfino a riconoscere città di recente fondazione come Latina o Sabaudia. Ma se atterrassero in una qualsiasi delle zone di nuova edificazione sparse nelle periferie delle nostre città, avrebbero serissimi problemi di orientamento. Questo è dovuto ad una serie di ragioni. Le nostre città storiche furono edificate seguendo una logica soprattutto militare e di difesa. L’orografia era di fondamentale importanza a questo scopo, le rocce, i fiumi, le alture, erano sistemi di difesa passiva, se così si può dire, è le città inevitabilmente ne assecondavano le caratteristiche. La disponibilità inoltre di risorse vitali come l’acqua o i terreni coltivabili legavano  indissolubilmente le città a quel territorio. L’espansione della città moderna invece, viene decisa sulla base di considerazioni strettamente economiche. Si scelgono generalmente e dove possibile terreni pianeggianti, dove è più conveniente costruire, terreni asciutti e nelle vicinanze del nucleo centrale, o lungo strade esistenti per ovvie ragioni di economicità nella costruzione delle infrastrutture necessarie. Inoltre, l’industrializzazione dei materiali da costruzione, insieme con la grande facilità di circolazione delle merci, ha portato ad un generale livellamento degli aspetti strettamente formali dell’edilizia. In passato se dovevo costruire un edifico o pavimentare una piazza a Siena, avrei usato il laterizio, che veniva prodotto localmente, così come a Roma avrei usato il tonachino romano, prodotto con calce e polvere di travertino: residuo di lavorazione delle cave nei dintorni della città. Questo generava una notevole varietà di soluzioni che caratterizzava  e connotava fortemente i nuclei abitati. I nuovi quartieri dunque non sono caratterizzati né dall’orografia né dai materiali da costruzione e solo in alcuni casi fortunatamente, sono riconoscibili per la loro architettura. Infatti, il valore aggiunto di questi complessi, quando c’è e purtroppo c’è raramente in Italia, è la loro qualità formale, la distribuzione e la gerarchizzazione degli spazi, la declinazione degli elementi geometrici, insomma l’Architettura.

Il tema delle abitazioni a basso costo, o case popolari come si chiamavano un tempo, è sempre stato almeno fino a tutti gli anni settanta, al centro del dibattito architettonico in Italia. Belle mani si cimentarono sull’argomento e spesso con successo. Furono sperimentate nuove forme di approccio al progetto, come nel caso del Villaggio Matteotti a Terni, dove l’Architetto Giancarlo De Carlo pose in essere una progettazione partecipata con i futuri abitanti del quartiere. Più problematica fu l’esperienza del cosiddetto “grattacielo orizzontale” di Corviale a Roma. Ricordo ancora l’entusiasmo con il quale il Professore Mario Fiorentino, coordinatore del gruppo di progetto, spiegava a noi studenti dei primi anni i concetti ispiratori dell’intervento: la densità demografica che avrebbe dovuto facilitare le relazioni sociali, la concentrazione delle residenze in due edifici lunghi un chilometro per nove piani di altezza, che avrebbe consentito la realizzazione di tutti i servizi nelle aree verdi lasciate libere dall’edificazione. Una grande utopia che crollò miseramente alla verifica dei fatti. L’Architettura aveva peccato di presunzione. Ma la tensione etica di quelle sperimentazioni, l’agire all’interno di una architettura che si poneva come fine ultimo il benessere collettivo, è senza dubbio una grande eredità che purtroppo è difficilmente rintracciabile nella stragrande maggioranza delle nostre recenti nuove periferie.  Fatte salve le solite brillanti eccezioni, i nuovi complessi abitativi sono troppo spesso luoghi scarsamente vivibili e privi di fascino. Le ragioni sono note da tempo e gli urbanisti si sono spesso espressi sull’argomento.

Un luogo comune vuole che questi spazi siano alienanti in quanto non “a misura d’uomo”, ma cos’è, dov’è la misura d’uomo? Proviamo a cercarla nella dimensione degli edifici. Se costruissimo un quartiere di casette al massimo di due piani, magari circondate da giardini, avremmo una “misura d’uomo”? Senza considerare il danno ambientale che deriverebbe da un uso eccessivo del territorio, provate a fare una passeggiata in uno qualsiasi dei complessi “a villini” al mare o dovunque voi siate. Non c’è nulla di più straniante, e del resto, sempre con riferimento alla dimensione, nessuno di noi si sognerebbe di dire che il campanile di Giotto a Firenze o le torri di San Gimignano non sono a “misura d’uomo”. Dunque forse la “misura d’uomo” risiede nella distribuzione degli spazi verdi l’assenza dei quali produrrebbe smarrimento e alienazione. Ma se così fosse le nostre città medioevali o rinascimentali, i nostri paesi arroccati sulle rocce dell’appennino, dove mai furono previsti spazi verdi perché la città era città e la campagna era campagna, sarebbero alienanti? Ma allora cos’è questa “misura d’uomo”. E’ l’insieme di molte cose che provo ad elencare per sommi capi.

La densità: La densità demografica genera relazioni sociali, commercio, attività. Naturalmente più sarà diversificata la composizione sociale, culturale, etnica degli abitanti, maggiore sarà la ricchezza dei rapporti sociali che andranno a prodursi, la diversità è ricchezza.

La multifunzionalità: Costruire quartieri monofunzionali, solo abitazioni, solo uffici, solo centri commerciali, è condizione di sicuro fallimento. Quel quartiere infatti vivrà solo in alcune ore del giorno o della notte per poi trasformarsi in un deserto. La commistione delle funzioni è una delle caratteristiche peculiari dei nostri centri cittadini consolidati.

La qualità architettonica: L’architettura deve tornare a quella tensione etica che da sempre l’ha caratterizzata e che ne è il fondamento essenziale. Non è vero che costruire edifici di qualità formale elevata costi di più, forse è più difficile ma proprio per questo molto più entusiasmante.

Naturalmente a queste tre qualità fondamentali dovrà essere affiancata una ragionevole dotazione di servizi sociali, culturali e infrastrutturali che consentano la fruizione di tutti gli spazi della città e la completezza della vita di relazione.

Ma ritorniamo ai nostri amici Centauriani. Sono atterrati nei pressi di Pontecorvo, una piccola città fluviale nel frusinate, molto riconoscibile dall’alto per via della particolare orografia del territorio: attraversata da un fiume, la città si sviluppa a nord su una rocca pianeggiante e a sud su una pianura sottostante la rocca stessa. Il tessuto urbano si è adattato a questi elementi naturali, ma sono presenti nuclei di nuova edificazione che sembrano schizzi di lava eruttati dal centro cittadino. Uno degli Alieni, munito di scanner portatile che per convenzione chiameremo macchina fotografica, si aggira in questi nuclei cercando di capire.

Fruga tra gli edifici cercando innanzitutto di capire se si trova in città o in campagna: il limite infatti non è mai certo, a volte il bordo dei nuclei è sfrangiato e si disperde nei campi coltivati, in altri casi il bordo è segnato da una strada, oltre la quale nuovamente si stendono coltivazioni fino all’orizzonte. L’occhio elettronico della macchina fotografica cerca invano qualcosa a cui appigliarsi, un punto di fuga, un elemento architettonico emergente, una prospettiva che abbia un qualunque senso formale. Si concentra sui dettagli, un tetto, un angolo, un terrazzo, dove scopre una varietà semantica che deriva più dal caso che dall’invenzione. Alcuni edifici, i più vecchi, ricordano le case rurali, col tetto a falde e le finestre piccole, però sono molto più grandi, sembrano quasi disegnate da bambini. Sono stati costruiti in un’epoca in cui la cultura contadina era ancora dominante e le case non erano molto dissimili da quelle che venivano costruite, spesso autocostruite,  in campagna. D’un tratto il panorama cambia radicalmente, gli edifici diventano più squadrati, scompare il tetto a falde e sulle coperture piane compaiono volumi cosiddetti tecnici che contribuiscono a dare alle abitazioni un aspetto goffo e disordinato. Non c’è alcun cenno di controllo formale, l’ortogonalità degli elementi strutturali regna sovrana senza alcun controllo geometrico e meno che mai di ordine architettonico. Questi edifici anonimi generano nel loro insieme nuclei residenziali anonimi in un paesaggio urbano anonimo. Sono dei “non luoghi” in cui è difficile persino darsi un appuntamento, perché non esistono punti di riferimento. Non c’è vita attiva, non ci sono negozi, non ci sono osterie, meno che mai attività culturali. Ci si dorme e basta, dunque di giorno, quando tutti sono al lavoro, o di notte, quando tutti dormono, i quartieri deserti sono territorio dei gatti, veri principi custodi  delle strade deserte. Gli edifici sono recintati da palizzate invalicabili, il che riduce, anzi azzera la disponibilità di spazi collettivi, di spazi intermedi tra funzioni pubbliche e funzioni private, restituendo l’immagine claustrofobica di uno spazio urbano alienante. Eppure il nostro Alieno non demorde, la rinuncia non appartiene alla sua cultura, continua a frugare nel deserto alla ricerca di un brandello di esistenza, di presenza, di umanità.

Pensa alla sua infanzia fra i vicoli del suo piccolo paese, sul suo piccolo pianeta nel sistema di Proxima Centauri. Pensa ai vicini che si scambiavano cortesie o litigavano platealmente, al gioco con gli altri bambini, al falegname del quartiere,  quotidianamente assalito dai ragazzini che chiedevano pezzi di legno e chiodi per fabbricarsi i loro giochi. Pensa alla cantina odorosa di mosto o birra fermentata o chissà cos’altro, dove la sera gli adulti si riunivano per bere, fumare e giocare a carte. Proprio non si rassegna il nostro Alieno, e qualcosa infine trova. Fra le rughe e gli interstizi di un piccolo insediamento di case a schiera, parallelepipedi  in cemento talmente silenziosi da risultare neutri, volutamente neutri, gli abitanti hanno trovato lo spazio per scrivere la loro storia. Hanno curato i giardini e hanno steso i panni alle finestre squadrate. I bambini giocano sul prato e forse, durante le notti d’estate, gli anziani seduti sulle scalette davanti casa raccontano storie, sul tappeto sonoro dei grilli, con le mani tremanti e gli occhi pieni di stelle.